IN RICORDO DI SERGIO RAMELLI

ONORE A SERGIO RAMELLI, TESTIMONE DI IDEE
Ricorre quest'anno il trentesimo anniversario della morte di Sergio Ramelli.
In molte città si terranno cerimonie per ricordarne la scomparsa, avvenuta il 29  aprile del 1975 ed arrivata dopo una
ONORE A SERGIO RAMELLI, TESTIMONE DI IDEE
Ricorre quest'anno il trentesimo anniversario della morte di Sergio Ramelli.
In molte città si terranno cerimonie per ricordarne la scomparsa, avvenuta il 29  aprile del 1975 ed arrivata dopo una lunga agonia iniziata il 13 marzo a seguito  di un brutale pestaggio da parte di esponenti dell'estrema sinistra. In Ancona il martire delle nostre idee, al quale è intitolato il circolo territoriale,  sarà ricordato presso la sede federale il 29.04 alle ore 18.30. Alla stessa ora gli sarà tributato il dovuto omaggio anche presso la sede di Moie, dove è stato  realizzato un cippo con lapide che ricorda tutti i caduti del MSI.
 
LA STORIA

13 marzo 1975: un ragazzo di 18 anni viene aggredito sotto casa. Due persone gli spappolano il cranio a colpi di chiave inglese. Muore dopo 47 giorni di agonia. Chi era la vittima e perché fu ucciso con tanta violenza? In che clima era maturato quell’omicidio così bestiale? E chi erano i carnefici: teppisti, killer professionisti, mafiosi? No, studenti universitari di Medicina. Perché uccisero, allora? Forse accecati dall’ira, dalla gelosia o dalla paura? No, neppure conoscevano la loro vittima. Colpirono solo in nome dell’odio politico.
Ci vollero dieci anni per assicurarli alla giustizia, ma oggi è finalmente possibile ricostruire tutte le tappe di quella tragica vicenda. Come in un thriller ci si muove tra atti giudiziari, articoli di giornali e testimonianze dirette per scoprire che ad armare la mano degli assassini fu una spietata ideologia, che in Italia aveva - ed ha - importanti complicità, potenti connivenze e forti leve di potere.
Ecco perché questa è una storia “che fa ancora paura”.

CHI ERA

Sergio Ramelli era un ragazzo come tanti altri, che viveva i suoi 18 anni diviso tra lo studio, la passione per il calcio, la fidanzata e... la politica.
Frequentava l’Istituto tecnico Molinari di Milano, quando fu bollato con il marchio di “fascista” solo per aver scritto un tema in classe in cui biasimava gli omicidi delle Brigate Rosse. Erano gli anni Settanta, gli anni in cui vigeva la barbara legge dell’ “antifascismo militante” in base alla quale chiunque non professasse idee comuniste era considerato un nemico da colpire e, possibilmente, da abbattere.
Fu così che Sergio dovette subire un “processo popolare” nella sua scuola, indifeso dai professori, dal preside, dai suoi stessi compagni. Fu così che venne aggredito più volte ed espulso dall’Istituto senza che le autorità scolastiche, la stampa, la magistratura o la polizia si opponessero a questa che era ormai solo una delle tante, troppe violenze perpetrate dalla sinistra.

L’AGGRESSIONE

Sergio Ramelli fu costretto a cambiare scuola, ma non volle tradire i suoi amici e le sue idee continuando a frequentare il Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del MSI. Questa sua semplice coerenza, questo suo giovanile coraggio gli valsero la condanna a morte dei “nuovi partigiani”.
Identificato, minacciato, inseguito, poi aggredito in un bar, insieme al fratello e, infine, atteso sotto casa, il 13 marzo 1975. Per colpirlo si era mosso un commando di 10 persone che neppure lo conoscevano e che utilizzarono una foto “segnaletica” scattata da un suo compagno di classe. Lo aggredirono mentre legava il motorino e gli sfondarono il cranio a colpi di chiave inglese.
47 giorni durò l’agonia di Sergio, in un’alternarsi di speranze e paure fino a quando, alle 10 del mattino del 29 aprile il suo cuore cessò di battere.
Per quel giovane martire, rimasto vittima di una violenza assurda e sconvolgente, non fu però neppure possibile celebrare un dignitoso funerale. Il ricatto della violenza rossa; la viltà delle autorità politiche; la cieca obbedienza delle Forze dell’ordine arrivarono persino a proibire il corteo funebre.

GLI ASSASSINI

Nessuno degli aggressori di Sergio provò un benché minimo senso di orrore, di smarrimento o di pentimento dopo l’aggressione. Pur sapendo che quel ragazzo che avevano colpito era morto, nessuno pensò di costituirsi o di abbandonare il branco assassino, anzi, continuarono a pestare “fascisti” anche nei giorni in cui Sergio era all’ospedale e, un anno dopo, erano ancora tutti insieme ad assaltare un bar dove ferirono decine di persone una delle quali rimase tutta la vita paralizzata. La loro unica “preoccupazione”, semmai, era quella di non farsi prendere; preoccupazione inutile perché né la polizia, né tanto meno la magistrata mossero un dito per cercare gli assassini di quel ragazzo “scomodo”.
Fu solo per caso che, dieci anni dopo, nel corso di un processo a Prima Linea, saltò fuori un gruppo di pentiti che accusarono il servizio d’ordine di Avanguardia Operaia di aver assassinato Sergio Ramelli. Solo così, uno dopo l’altro, saltarono fuori i nomi dei responsabili e, tra essi, anche quelli di esponenti politici “di spicco” di Democrazia proletaria. Tutti furono arrestati e confessarono, gettando nello sgomento giornalisti e uomini politici di sinistra.

LE CONDANNE

Il processo per gli assassini di Sergio Ramelli si trasformò in un grande lavacro della coscienza sporca della sinistra italiana. Per settimane, infatti, i giornali furono pieni di servizi speciali dedicati alle violenze degli anni Settanta.
Inutilmente opinionisti e cattivi maestri di ogni genere cercarono di difendere “il contesto storico” in cui quell’omicidio era avvenuto. Si incominciò così a ricostruire la storia di quegli anni in cui tanti giovani urlavano che “uccidere un fascista non è reato” sentendosi emuli delle “gloriose gesta” dei partigiani e godendo dell’impunità, della complicità e persino del compiacimento di tanti ambienti sociali e politici.
Poco per volta l’opinione pubblica riuscì a comprendere che quelli non erano stati anni “formidabili”, come li aveva descritti Capanna, ma un’autentica tragedia nazionale il cui terribile bilancio (in termini di morti e di degrado sociale) ha pesato sulle generazioni successive e ancora gravemente incide sulla vita di noi tutti.
Un bilancio di sangue, ma soprattutto un bilancio di follia, di viltà, di menzogna che non si sana con le tardive condanne agli assassini, ma perpetrando il ricordo di quel barlume di coraggio, di onestà e di coerenza rappresentato proprio dalla breve vita di Sergio Ramelli.

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