Filippo Timi: "Fare ironia sulla balbuzie mi ha aiutato. Quando la accetti non la subisci totalmente" - CorriereUniv.it

L’attore umbro debutterà su Rai Tre in “Skianto”, il suo primo one man show. “Da adolescente volevo essere cattivo e meno sensibile, ero tra gli sfigati” La parola “schianto”, quella che in italiano significa “rottura violenta e improvvisa”, ma anche “fragore provocato da un urto violento, da un crollo, da un’esplosione”, quella che in senso figurato indica anche “un dolore insostenibile”. Uno come Filippo Timi – attore e scrittore tra i più amati nel nostro Paese – ha deciso di personalizzarla mettendo una “k” al posto della “c”, creando così il titolo della sua trasmissione – “Skianto” appunto – in onda da domani (giovedì 13) alle 21 e 40 su Rai3, un vero e proprio one-man show con cui è andato a rivisitare e a riscrivere il suo ormai omonimo e famoso spettacolo teatrale. “Quella ‘k’ – spiega all’HuffPost – denota un riferimento agli anni Ottanta, quasi un capovolgimento del termine, perché nello scrivere queste prime due puntate, lo abbiamo inteso con l’accezione di stupore. La vita arriva e ti schianta di fatto, ma ti stupisce anche. Ti può stupire e ti schiaccia a terra, però a volte ti stupisce e ti fa volare con le farfalle nella pancia”. Perché la prima puntata l’ha dedicata al Festival di Sanremo del 1967? “Abbiamo scritto due puntate che sono due omaggi a due grandi eventi televisivi: Sanremo e Fantastico, lo show del sabato sera. Ci siamo molto divertiti a reinventarli cercando di emozionarci. In questo caso siamo partiti dal Sanremo ’67, perché vide la tragica scomparsa di Luigi Tenco. Ci siamo immaginati un Sanremo ’67 parallelo”. Cosa sarebbe successo se Tenco non fosse stato escluso?“Me lo domando nello show. Incominciamo con tanti ‘se’, tipo: Se non esistesse la musica? Se non ci fossero i fiori? Se non ci fosse la tv? Fino ad arrivare a quella domanda che mi ha posto lei, ma la risposta non gliela dico per non rovinare la sorpresa. Dovete vedere lo show”. Nella prima puntata ci sarà Pippo Baudo che non è stato invitato al 70esimo Festival di Sanremo, da lui presentato tantissime volte. Ci ha pensato Timi a compensare questa svista? “Non credo che uno come Baudo abbia bisogno di inviti. È nel cuore di tutti, è dentro un immaginario televisivo. In questo caso gli abbiamo domandato di farne parte, perché all’inizio dello spettacolo – per darmi il coraggio e giocando a fare il presentatore che sta per presentare un Sanremo – mi domando allo specchio: ‘Specchio, specchio delle mie brame, chi è il presentatore più figo del reame?’ E lì appare il più fico di tutti che è Pippo Baudo. Solo che ci sono io che lo intervisto. Ci sono io che intervisto la storia della televisione italiana”. Timi in un vero e proprio one man show, una cosa che desiderava da tempo: paure?“È un regalo per me, è uno stupore, bello e nuovo, è la prima volta, sono trepidante di capire come verrà accolto. Ogni volta che salgo sul palco tremo. C’è il discorso che lì sei live, c’è il pubblico, la performance, c’è il teatro appunto. È uguale anche per il programma. Ti affidi all’emozione, il gioco è sempre quello: cercare di fare al cento per cento qualcosa in cui credi. Cercherò di farlo anche in questo caso, ma ovviamente tremerò”. Il suo prendersi spesso in giro, l’ha salvata? “Salvato è una grande parola, ma è vero che avere dell’ironia su se stessi, su difficoltà tipo la balbuzie come ce l’ho io, è importante. Smussi per primo quell’aspetto di difficoltà. Farci dell’ironia – averla è fondamentale – mi è servito ad accettare questa cosa che in alcuni casi è fonte di difficoltà, ma quando la accetti è come se non la subisci totalmente”. Quanto ci si impiega per trovare sé stessi e scoprire quello che ci piace davvero?“Io credo che uno non finisca mai di trovare se stesso. Uno cerca di essere sincero, ma penso che la vera crescita sia cercare di trovare se stessi per tutta quanta la vita. È come un ruolo in teatro: non entri in scena e sai perfettamente chi è Amleto, ma ogni volta che sali sul palco, scopri qualcosa di lui. Fino all’ultima replica in cui entrerà in scena, il pubblico vedrà sempre un percorso, il punto in cui tu sei arrivato. Non credo che uno arrivi mai a conoscere un ruolo e quindi neanche mai totalmente se stesso”. È vero che da adolescente voleva essere cattivo? “Avrei voluto essere meno sensibile, perché ero comunque tra gli sfigati. Io tra Anthony e Terence, mi vedevo il primo, ma volevo essere Terence, che era quello figo, non il cattivo. La cattiveria non la auguro a nessuno, però all’epoca, sentendomi tra gli sfigati, c’erano i fighi della scuola che sembravano i più duri. Poi però da grande, parlando, e incontrandoli, ho scoperto che era solo un atteggiamento. Anche i fighi della scuola si sentivano sfigati”. Essere sensibili cosa vuol dire?“Sensibili vuol dire che permetti alle emozioni di coinvolgerti, che sei aperto al dialogo, agli altri. Purtroppo sono in pochi ad esserlo”. Tornando al programma, ci saranno oltre Baudo, diversi ospiti, dalla Vanoni alla Parietti, l’omaggio a Fred Buscaglione. “Buscaglione è una passione per me, mi è sempre piaciuto come cantava. Ha creato all’epoca un immaginario sconvolgente, uno schianto, e ha una parte attoriale molto forte in cui mi riconosco, nelle canzoni ti racconta delle storie. Poi, quando canto, non balbetto e cantare è ancora di più una gioia enorme, qualcosa di nuovo che non avevo mai fatto”. Spazio per la politica ci sarà?“Io trovo che qualsiasi gesto artistico sia comunque un gesto politico. In questo caso no: è un varietà che omaggia la televisione in un modo, spero, speciale, non convenzionale, e già questo è un intento che ha delle prerogative chiare”. Le sardine hanno creato in qualche maniera uno “schianto” – rottura o rumore che dir si voglia – nel panorama socio culturale italiano: cosa ne pensa?“Capisco talmente poco di politica che non mi considero adatto ad esprimere un giudizio in merito. Va oltre le mie competenze, preferisco parlare di arte. È attraverso l’arte che riesco ad esprimere cosa penso della società, del mondo, di chi mi piace e di di non mi piace. Per come son fatto, mi sembra il modo più corretto”. Uno come lei ha detto in passato che ha fame di provare tutto: è ancora così?“Fino a un certo punto. Quando mi si chiede che ruolo voglio interpretare, rispondo: “Tutti” Questo perché credo che l’animo umano possa contenere uno spettro di emozioni sconfinato. Sarà la vita a chiederti, a proporti, a domandarti su alcuni temi e ruoli, a farti tirare fuori alcuni sentimenti o altri. Professionalmente, cerco di mantenermi assolutamente aperto ed è per questo che passo dal Don Giovanni ad interpretare una donna degli anni Cinquanta americana (in “Favola”, che è stato un fortunato spettacolo teatrale e poi un film, ndr). È in questo caso che cerco di mantenermi aperto al tutto. Per un attore credo che sia un valore il non censurarsi a priori. La vita è un’altra cosa”.   huffingtonpost

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