Rientro in Università: le nuove regole, gli affitti e i problemi della didattica mista - CorriereUniv.it

Durante il lockdown l’Università italiana non si è mai del tutto fermata. Più attrazzata della scuola, è riuscita a mantenere una didattica continua durante il picco della pandemia di coronavirus. Oggi, però, anche gli atenei devono affrontare la riapertura in presenza e questo sta generando dubbi e difficoltà nel mondo universitario. “Avremo una parte dei corsi in presenza, così come le attività di laboratorio, alcuni corsi verranno ancora tenuti a distanza, anche per garantire la continuità didattica”, ha detto più volte in questi giorni il ministero Gaetano Manfredi. Prenotazione dei posti in aula, uso obbligatorio delle mascherine, capienza ridotta con didattica mista (sia in presenza che da remoto) e flussi differenziati per ingresso e uscita. Si riapre, ma a metà. Con la didattica a distanza che servirà sia per chi ha difficoltà negli spostamenti sia per chi ha patologie particolari, ma anche per ridurre gli affollamenti e permettere di avere il distanziamento di un metro in aula I posti occupati non dovranno essere più del 50% della capienza. Non si potranno utilizzare tutti i posti a sedere e per questo motivo sarà necessario prenotare prima. Molti atenei stanno organizzando i sistemi per partecipare alle lezioni, creando piattaforme ad hoc su cui prenotare i posti a sedere in aula. Così avverrà a Firenze, per esempio, le matricole seguiranno le lezioni di presenza prenotando il posto in aula, mentre gli studenti degli altri anni avranno una frequenza su turni. Stessa metodologia alla Statale di Milano e alla Sapienza di Roma. Gli studenti dovranno sempre indossare le mascherine, con l’uso obbligatorio anche all’interno delle aule. E comunque sempre all’interno delle strutture didattiche degli atenei. In aula le postazioni occupate dovranno essere a distanza di un metro l’una dall’altra e tutti gli spazi dovranno essere sanificati quotidianamente. In aula ci deve anche essere un frequente ricambio d’aria, con l’apertura delle finestre almeno due volte al giorno. In ogni aula e negli spazi comuni devono essere installati i dispenser di gel igienizzante. Gli atenei dovranno prevedere dei flussi diversificati per entrata e uscita nelle loro sedi. Inoltre dovranno cercare di gestire gli spazi in modo da evitare assembramenti, per esempio all’esterno delle aule. Per farlo devono anche definire prima le capienze di tutte le aree a disposizione. Si dovrebbero, inoltre, prevedere orari diversi per l’inizio delle lezioni, per evitare affollamenti. In caso di febbre o sintomi gli studenti non potranno frequentare le lezioni. Non ci sarà la rilevazione delle temperature, che sarà affidata alla responsabilità individuale. Se dovesse emergere all’interno dell’università un caso sospetto, questo dovrebbe essere immediatamente isolato e si devono contattare le autorità sanitarie. L’eventuale chiusura dei corso sarà da valutare caso per caso. “Non è un’apertura vera e propria – afferma Enrico Gulluni, coordinatore nazionale dell’Unione degli universitari -, da questo punto di vista per noi è una sconfitta per non aver garantito una didattica in presenza e in sicurezza a tutti. Si sta parlando molto di scuola in questi giorni, ci dimentichiamo, però, che in Italia ci sono un milione e ottocento mila studenti che sono universitari”. Sulla didattica a distanza, i problemi sembrano essere stati risolti durante il lockdown. “Se la disparità tra atenei del Nord e del Sud è stata colmata nei primi mesi, la problematica di come gli studenti abbiano usufruito della didattica a distanza è ricaduta sui singoli. Un problema, quello tecnologico nelle famiglie italiane, che passa sempre in secondo piano”. Il governo ha stanziato si 60 milioni di euro per il potenziamento tecnologico, ma solo per gli atenei. “La differenza di apprendimento con l’uso della didattica mista è notevole nella pratica quando sarebbe bastato trovare un accordo tra atenei e strutture pubbliche delle varie città. Noi chiediamo si apra un’interlocuzione seria anche con le Regioni e l’Anci”, conclude. Dopo anni in cui per accaparrarsi una stanza nelle principali città italiane studenti e lavoratori si rincorrevano già a giugno – con una domanda che superava ampliamente l’offerta – gli effetti del covid-19 hanno ribaltato il rapporto e prodotto un’impennata nell’offerta, rispetto a una domanda che ancora langue, con picchi che arrivano al +290 per cento.Complice anche la riconversione di migliaia di appartamenti – sinora destinati agli affitti brevi ma da mesi vuoti per l’assenza di turismo internazionale – alla locazione “di lungo termine”. È questa la principale evidenza che emerge dall’analisi dell’Ufficio Studi di Immobiliare.it, che, pochi giorni fa, ha fatto il punto sul comparto delle locazioni di stanze e posti letto nelle principali città universitarie. Il Covid-19 ha avuto come effetto collaterale quello di svuotare, da Nord a Sud, le stanze generalmente affittate agli studenti e ai lavoratori fuori sede. Così, in Italia la disponibilità di camere rispetto al 2019 è, in media, più che raddoppiata (+149 per cento).

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