Padova, concorso per 190 infermieri. Si presentano in 900, solo due neolaureati - CorriereUniv.it

Era la prima tranche degli oltre 5 mila aspiranti distribuiti nelle sei sessioni di prove. Tanti hanno già un lavoro, ma sognano l’indeterminato Tra i novecento infermieri radunati martedì 24 novembre a Padova per il primo giorno del concorso di Azienda Zero, trovare un neolaureato era un’impresa. Sono la prima tranche degli oltre 5mila aspiranti distribuiti nelle sei sessioni di prove, fino a domani, per contendersi 190 posti nelle Ulss del Veneto. Ma tanti di loro un lavoro ce l’hanno già: concorrono per stipendio e condizioni migliori o per una svolta nella loro carriera. E così ieri mattina, nelle code distanziate agli otto ingressi della Kioene Arena, sede degli esami, tanti si sono ritrovati tra colleghi. Con il rischio che, per ogni nuovo assunto, da qualche parte manchi un infermiere. Arrivati dalla Liguria alla Puglia Per esempio nelle strutture convenzionate: in attesa della trafila di misurazione della febbre, documento e autocertificazione, c’erano infermieri del comparto privato alla ricerca di uno spiraglio nel pubblico: «Vengo per provare: ho studiato poco. Al lavoro è un casino in questo periodo», ammette Stefano, 32 anni, gli ultimi 5 al lavoro in una struttura privata del Veronese. La stessa in cui lavora Valentina, poco più giovane, in attesa vicino a lui: «Magari non entro subito in servizio, ma, man mano che scorre la graduatoria, mi chiamano…» Quasi nessuno è riuscito a prepararsi a dovere: difficile conciliare i turni in corsia con lo studio. Ma la prospettiva di un tempo indeterminato con Azienda Zero ha calamitato professionisti ben oltre i confini della nostra regione, dalla Liguria alla Puglia. Qualcuno cerca un nuovo inizio. Dario, Alessandra e Manuele, lavorano in Campania, sono partiti in pullman la sera prima: «Vogliamo spostarci: facciamo il concorso per cercare un’organizzazione del lavoro migliore qui», sintetizzano assonnati. Vicino a loro, un crocchio di infermieri di La Spezia riusciva a ridere, nonostante la stanchezza: «Siamo partiti ieri (lunedì, ndr), dopo il turno di mattina». Il loro obiettivo è la sicurezza di un contratto stabile: «Lavoriamo tutti in reparto Covid, ma siamo a tempo determinato». Uno di loro poche ore dopo sarebbe dovuto tornare in Liguria per il turno di notte: non è il primo concorso che affrontavano insieme, facendosi forza a vicenda. Sognano l’indeterminato Vicino al palazzetto aspettava Katia, 2 figli e poco meno di vent’anni di lavoro in una Rsa di Padova: «Tutti i miei colleghi sono qui attorno – spiega – nel pubblico le condizioni di lavoro nel pubblico sono migliori». In attesa di entrare si parla, ci si confronta – è pur sempre un esame – e ci si scambia qualche indizio di speranza: «Dicono che le prove siano più facili ora – sentenziano dei veterani delle selezioni – in tempo di Covid hanno bisogno di personale». Hanno quattro o più concorsi alle spalle e sono abituati anche alla presenza dei giornalisti: «Ci sono sempre le stesse persone», notano. Dopo oltre un’ora di ricerca ci imbattiamo in due laureate da meno di un anno: Belinda e Prya, poco più che ventenni, padovane. «È il nostro primo concorso», dicono sorridendo dietro la mascherina. Ovunque code e gruppetti mantengono la distanza di un metro. Qualcuno preferisce restare lontano dalle code fino all’ultimo: Michele e Martina, 30 anni, si sono conosciuti all’università. Sono una coppia da 10 anni, colleghi da 5. Vengono da Bari e sognano l’indeterminato: «Lavoriamo in reparto Covid e in terapia intensiva. Abbiamo fatto i concorsi ad Ancona e in Umbria», raccontano. Poco distante c’è chi l’indeterminato ce l’ha già ed è qui solo per tornare a casa prima la sera: «Sono assunta in ospedale a Vicenza – dice Sara – ora ci metto più di un’ora ad andare al lavoro. È più facile vincere il concorso che ottenere il trasferimento». A fine mese i risultati Nel giro di un’ora i novecento sono entrati nell’arena. Tra gli ultimi c’è Melania, veronese, 26 anni e un bimbo di 4 mesi che l’aspetta a casa, con il compagno. L’ha accompagnata il papà: «Mi hanno detto che non c’era posto per allattare al concorso», ricorda. Questa per lei è la chance per uno scatto professionale: «Lavoro in una casa di riposo pubblica e mi piacerebbe essere assunta in ospedale perché è molto più stimolante per me». Entra anche lei. L’attesa è finita: alle 9.45 tutti sono ai loro posti. Le porte dell’arena si chiudono. Iniziano i test: test a crocette e prova pratica su un caso clinico, sempre scritta. A fine mese i risultati. Solo dopo, gli orali. Fuori resta una mamma con un trolley: «Io e mia figlia siamo venute da Napoli, ma abbiamo parte della famiglia qui. Lei si chiama Vittoria speriamo lo sia anche questo concorso». corrieredelveneto

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