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Cominciamo dalla cosa più brutta del film , e cioè la traduzione del titolo in italiano, frutto di quella pessima abitudine che abbiamo nel nostro paese di tradurre anche l’intraducibile. Il titolo originale, Seven pounds, peraltro citazione shakespeariana, afferra perfettamente quello che è il senso del film, al contrario del titolo in italiano, che ne snatura completamente il contenuto.
Se non per l’unanimità della critica, il secondo film hollywoodiano di Gabriele Muccino è paragonabile al precedente “La ricerca della felicità” per l’eco mediatica suscitata. In realtà i due film hanno in comune solo il regista, che mai così poca italianità ha espresso nel suo ruolo, e l’attore protagonista che, nonostante le qualità eccelse, non da al protagonista lo stesso contributo reso invece nell’eccellente interpretazione di Chris Gardner ne “la ricerca della felicità”. Il soggetto del film pecca di povertà; bastano infatti pochi frammenti del film per intuire quale può essere il possibile epilogo. Tuttavia la qualità del lavoro di Muccino è visibile nella accuratezza con cui viene tracciato il profilo del protagonista, in tutti i suoi aspetti, un ritratto che a mio parere diventa la parte più interessante del film, e che restituisce non solo una parafrasi dell’epilogo, ma il senso dello stesso. E’ evidente infatti la disparità tra la qualità del percorso introspettivo del protagonista e la superficialità dell’epilogo, fortemente discontinuo rispetto al resto del film per ritmo e per accuratezza; insomma, nella prima parte prevale il Muccino regista, nell’epilogo prevale l’essenza americana del film. Meno enfasi nel finale e più fluidità avrebbero donato al film maggiore qualità. Non mancano però gli spunti di riflessione su questa pellicola che tante critiche ha suscitato in tutto il mondo. Da una parte infatti, una lettura superficiale fa venir fuori un messaggio distorto rispetto a quelli che erano gli intenti originari: tante volte infatti si è parlato di una erronea giustificazione del gesto estremo del protagonista e della legittimazione del protagonista di poter giudicare (in maniera effettivamente superficiale) la bontà o meno di altri personaggi; poco invece si è parlato dell’aspetto interiore del personaggio interpretato da Will Smith e di tutti gli elementi del film che lo caratterizzano, che rendono come inevitabile il noto epilogo. Gradevoli in alcune parti del film la presenza di piccoli passaggi da commedia sapientemente dosati da Will Smith. Un soggetto più attinente alle sue caratteristiche, come ne la ricerca della felicità vedrebbe il grande attore contribuire in maniera certamente determinante alla qualità del lavoro comunque notevole di Muccino.
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