Università e declino Stampa
Scritto da Caporedattore   
Domenica 08 Maggio 2016 18:41

Cambiano i Governi ma non cambia affatto la linea politica universitaria. Se analizziamo la situazione in dettaglio, dal 2005 ad oggi non è cambiato molto e tutto fa credere che ci sia una mente unica dietro la progettazione, un pensiero  di fondo che sta trascinando il nostro Paese ad assomigliare sempre di più alle realtà anglosassoni.
Anche se ritorniamo indietro negli anni fino alla vituperata Letizia Moratti (tanto odiata e ragione di campagne veramente infamatorie all'epoca da parte degli studenti di sinistra) ci possiamo accorgere di dati significativi.

La Moratti pur avendo incrementato l'FFO adeguandolo all'inflazione, era stata comunque criticata aspramente per i suoi tentativi di riforma; Il ministro Mussi alla conta dei fatti non ha sufficientemente incrementato il Fondo e sostanzialmente non ha fatto nulla di utile per l'Università Italiana, come dire, alle proposte altisonanti poi sono seguiti pochi fatti.
Arriviamo dunque al Ministro Gelmini e alle sue riforme in ambito universitario. Effettivamente a questo punto si comincia a notare una sostanziale diminuzione dei fondi erogati, contestualmente però le Riforme (non completamente condivisibili, come ampliamente riportato nei nostri volantini e articoli precedenti) avrebbero dovuto portare ad una "razionalizzazione" della spesa, per cui quei fondi erano stati giudicati sufficienti per il mantenimento delle potenzialità della nostra Università. Effettivamente questo effetto non è stato apprezzabile, per cui sarebbe stato opportuno fare un "mea culpa" e rivisitare i fondi. Ultima lancia da spezzare in favore della Gelmini è il fatto che l'Italia e l'Europa tutta, stavano entrando in un periodo nero dell'Economia, durante il quale sono stati richiesti sacrifici estremi a tutti i Paesi membri della U.E. che hanno portato a tagli generalizzati a tutti i livelli e bisognava  entrare nei parametri dettati dall'Unione.
Nello stesso contesto si colloca il Ministro Profumo, considerato un superministro tecnico e salutato come il salvatore dell'Università Italiana. Come al solito non è accaduto assolutamente nulla e il Fondo si è ulteriormente  assottigliato, come ciliegina sulla torta gli studenti hanno anche dovuto subire le "sparate" del Ministro e dei sui compagni di merende (ricordate quando scoppiò la polemica degli studenti che uscivano fuoricorso perchè cercavano voti  alti, oppure la filastrocca dei neolaureati troppo "choosy" che quindi tardavano ad entrare nel mondo del lavoro?).
Siamo ai giorni d'oggi e la tendenza, malgrado stavolta al timone del Ministero ci sia la renziana Stefania Giannini, e malgrado le mille promesse del buffone che ci ritroviamo come Presidente del Consiglio, assolutamente nulla è  cambiato, anzi registriamo un ulteriore calo, come potete ben vedere dalla grafica (a dire la verità qualcosa di positivo sul fronte dei fondi si era avuto con il precedente Ministro Carrozza, ma ben poca cosa rispetto alle reali necessità).
Ma non è tutto: le statistiche ci dicono che negli ultimi anni il potenziale dell'Università in Italia si è andato sempre più riducendo, prova ne sono il drastico calo di iscrizioni degli ultimi anni e la bassissima percentuale di  giovani che raggiungono la laurea.
Il rapporto della fondazione RES [Istituto di Ricerca su Economia e Società in Sicilia] cita: “per la prima volta negli oltre 150 anni di storia unitaria il numero degli studenti universitari si riduce. La quota di studenti universitari  sul totale della popolazione, dall’unità d’Italia ad oggi aveva conosciuto un costante aumento: da meno dell’1 per mille fino all’età giolittiana e meno del 2 durante il fascismo, si passa a circa il 6 per mille all’inizio degli anni  Sessanta, al 18 un ventennio dopo, fino a sfiorare il 30 nei primi anni del nuovo secolo. Rispetto al momento di massima dimensione (databile, a seconda delle variabili considerate, fra il 2004 e il 2008), al 2014-15 gli immatricolati si riducono di oltre 66 mila, passando da circa 326 mila a meno di 260 (-20%).” Una situazione a dir poco drammatica.
Ancora, questo calo è del tutto generalizzato ma per motivi radicalmente diversi, se i figli dei più abbienti preferiscono studiare all'estero, avendone la possibilità, i figli dei ceti più deboli scelgono di non entrare affatto nel mondo universitario. Se pensiamo che per la prima volta il tasso di occupazione di chi ha conseguito una laurea è di un punto percentuale inferiore a chi ha solo il diploma (62% contro il 63%), la frittata è fatta, non c'è e non ci sarà interesse a perseguire una carriera costosa e che non può dare i frutti sperati.
Il male dell'Università è quindi incarnato dai fuoricorso, fenomeno solo italico?  (nei corsi triennali e a ciclo unico, nel 2011-12, era fuoricorso il 47% degli studenti al Sud, il 45% al Centro e il 35% al Nord; fra i laureati nel 2013 erano al quinto anno fuoricorso, circa il 20% al Sud, poco meno al Centro, meno del 10% al Nord). Assolutamente no, quello che manca è una effettiva programmazione e la presenza di questo enorme numero di abbandoni dovrebbe suggerire di lavorare sull’organizzazione e sulla razionalizzazione dei corsi di studio (per evitare gli abbandoni e per renderli  più adatti alle richieste del mercato odierno) e sulla domanda di lavoro delle imprese (in modi da avere dei bacini di assunzione più vasti, dotandosi così di migliore capitale umano), non certo di ridurre le immatricolazioni, come invece sta avvenendo; grazie anche al forte aumento delle tasse universitarie e a modestissimi interventi per il diritto allo studio.
Tutto questo accade perchè gli ultimi Governi (e in particolare proprio quest'ultimo, che dovrebbe essere un Governo politico e non tecnico come il precedente,  non ha alcuna intenzione di mettere al centro della discussione quello che è il cuore dell'Università, ovvero gli STUDENTI, perdendosi in chiacchiere con l'assunzione di 500 professori in più, strizzando l'occhio ai ricercatori e promettendo di raggiungere entro il 2020 il 40% di laureati nella fascia di popolazione tra i 30 ed i 35 anni. Come ce lo dirà la storia.
Ebbene, queste sono tutte boiate di facciata che servono solo a mantenere un consenso mediatico senza poi che seguano dei fatti reali.
"Universitates" non è solo una parola vuota e non è fatta solo di Professori e Ricercatori ma è fatta soprattutto dagli STUDENTI, senza i quali questo complesso mondo non potrebbe esistere. Per cui lo studente torni ad essere centro dell'Università e non semplicemente un male necessario perchè questo mondo possa continuare ad esistere (e a prosperare).

 

Università Europea– Destra Universitaria

Ultimo aggiornamento Domenica 08 Maggio 2016 19:08
 
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