La necessità del numero chiuso Stampa
Scritto da Caporedattore   
Martedì 04 Luglio 2017 05:59

E' degli ultimi giorni la notizia che il tanto paventato "numero chiuso" a partire da quest'anno interesserà non solo Facoltà prettamente scientifiche ma sarà introdotto anche nelle facoltà umanistiche.
Pioniera in questo settore è stata l’ Università Statale di Milano che ha deliberato l'applicazione del numero chiuso per le facoltà di filosofia e storia ma siamo sicuri che altri emuli fioriranno nei prossimi anni, segno inconfondibile del declino dell'Università Italiana.

Facciamo un po' il punto sul perché il concetto del numero chiuso sia necessario ed auspicabile in alcuni settori ma assolutamente dannoso e fuori luogo in altri.
Tralasciando i poli privati o di eccellenza, in alcune facoltà scientifiche il numero chiuso esiste ormai da sempre: la prima facoltà ad introdurlo è stata quella di medicina. La logica della sua applicazione risiede nelle esigenze della didattica professionalizzante (numero di attività cliniche, ore prefissate in determinati ambiti di pratica...) ed è ovvio che senza vincoli di numero sarebbe assolutamente impossibile garantire una didattica adeguata e una pratica che è assolutamente necessaria per la formazione di un professionista competente.
Ai tempi delle riforme (eh si, tutto è iniziato con Berlinguer e proseguito con tanti altri ma pochi se ne ricordano) che hanno modificato profondamente l'Università Italiana, semplificandola e spezzandola nell'ormai consolidato 3+2, il numero degli iscritti alle università è aumentato. Solo a questo punto il concetto si è esteso ad altri gruppi di facoltà, per motivi spesso diversi ma sempre dettati da un problema di spazi e di risorse, insufficienti a contenere un sempre crescente numero di studenti (e questo è stato il caso di molte facoltà scientifiche, comprese le facoltà di ingegneria).
Purtroppo invece di convogliare nuove risorse nel sistema università, i Governi che si sono succeduti (di destra o di sinistra) hanno invece costantemente ridotto i fondi e quindi questa mossa è stata sostanzialmente una risposta necessaria, anche se avremmo preferito che le cose fossero andate diversamente.
Il problema a cui si assiste oggi è però stranamente particolare perché tutti questi vincoli di spazi e di risorse non dovrebbero esistere per facoltà di tipo umanistico, o comunque non dovrebbero essere così determinanti.

Quindi perchè si sta optando per il numero chiuso? La matematica ci dice che con un maggior numero di iscritti l'ateneo avrebbe più tasse, ovvero più fondi a disposizione e quindi la sua logica risulterebbe incomprensibile.
Facciamo però un passo indietro. Non stiamo considerando che oggi le politiche di qualità imposte agli Atenei dal MIUR (Ministero dell'Università e Ricerca) e dall'Anvur (Agenzia di Valutazione) fissano i criteri ai quali le università devono attenersi per avere finanziamenti dallo Stato e corsi di Laurea, principalmente un numero minimo di docenti per corso di laurea, dipendente dal numero di studenti iscritti. Poco male: per sopperire all'aumento degli studenti sarebbe semplicemente necessario aumentare il numero di docenti. Purtroppo da tempo è ormai in vigore il blocco del ricambio dei docenti inserito nel lontano 2009 e mai cancellato dai Governi successivi che ha oggi portato ad un calo dei docenti del 21% circa. Oggi le regole di qualità sono diventate ancora più stringenti; calando dunque il numero dei docenti, anche il numero degli studenti che è possibile sostenere da parte degli atenei si è inesorabilmente ridotto.
Il concetto di fondo è ovviamente finanziariamente corretto ma aberrante se consideriamo la funzione sociale ed educativa di una università moderna, libera e aperta a tutti.
Sostanzialmente per lo stato un minor numero di studenti equivale ad una riduzione dei fondi erogati (e ricordiamo che uno studente non è completamente finanziato con le tasse che versa all'Ateneo ma soprattutto dai fondi erogati dello Stato). Tuttavia da un punto di vista di accesso all'istruzione questo trend è assolutamente inaccettabile, soprattutto in questo particolare periodo di difficoltà in cui molti giovani, non riuscendo ad inserirsi immediatamente nel mondo del lavoro, vedono l'università come una possibilità in più per il futuro.
E' vero anche che il numero di studenti fuoricorso negli ultimi anni è aumentato esponenzialmente e le performance degli atenei sono anche valutate in base al rapporto iscritti/laureati per anno. Ovviamente un numero elevato di studenti fuoricorso non è un beneficio per la valutazione dell'ateneo.
A queste considerazioni oggettive si aggiungono i continui tentativi di modellare una università a misura dei lavori disponibili nell'immediato futuro, per cui la tendenza potrebbe essere quella di imporre il numero chiuso a determinate facoltà solo perché sfornano troppi laureati che poi il mercato del lavoro non è in grado di assorbire.

"In medio stat virtus" direbbero i nostri avi, la virtù sta nel mezzo e questa verità è stata magistralmente espressa da Andrea Bellelli, professore ordinario di biochimica presso l'Università di Roma La Sapienza:
"Il numero chiuso non ha senso quando non è richiesto da necessità didattica e quando la materia insegnata rappresenta non solo una professione specifica, ma anche un arricchimento del cittadino, che potrebbe poi svolgere (meglio) una professione non immediatamente correlata alla preparazione ricevuta. Un paese più colto è (forse) anche un paese migliore".
L'accesso alle facoltà dovrebbe essere garantito a tutti, operando una adeguata selezione durante gli anni di formazione, in modo da scoraggiare gli studenti non adatti a quel tipo di studi, cosa che per tanti anni non è stata fatta per privilegiare la raccolta di tasse universitarie. Contestualmente sarebbe opportuno avere un lento ma graduale ri-potenziamento delle strutture e del corpo docente in modo da ritrovare, negli anni, il perduto equilibrio.
Siamo perfettamente consapevoli che questa operazione non è così facile, bisogna però anche prendere atto che ben poco è stato fatto nell'ultimo decennio per superare una stagnante situazione che mette in difficoltà soprattutto noi studenti.

Italico

 
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