La prima cosa bella Stampa
Scritto da Caporedattore   
Giovedì 25 Marzo 2010 13:45

Mentre la gente al botteghino si accalcava per accaparrarsi un ticket del fenomeno da baraccone supertecnologico Avatar, tra gente che strillava ed occhialini colorati svolazzanti da una sala all'altra, con estrema serenità  ci dirigiamo verso la più bella sorpresa di questo inizio 2010, caratterizzato, a differenza della concorrenza, da una silenziosa sala semivuota. Ebbene, iniziamo subito col dire che il film del regista livornese è probabilmente il più bello visto in sala a partire da questo 2010, una pellicola che eccelle in tutti gli aspetti e che, approfondendo l'analisi, non fa che portare nuova linfa alle già  entusiaste recensioni.

In una Livorno nostrana e perfettamente dipinta dal regista, il film narra delle vicissitudini di una famiglia la cui vita è fortemente condizionata da un aspetto: la incredibile bellezza della mamma, interpretata da una Micaela Ramazzotti (moglie del regista) di una bellezza impressionante prima, e da una sempre immensa Stefania Sandrelli poi. Una caratteristica, quella della bellezza, che segnerà  profondamente la vita dei due figli, interpretati da Claudia Pandolfi e da un Valerio Mastandrea, personaggio protagonista, da premio oscar, pressoché perfetto. Ma la forza di questo film, oltre che nella trama, è nella costruzione dei personaggi del regista, che è impeccabile e essenziale, senza fronzoli e sentimentalismi (in un film a suo modo sentimentale), eppure perfetti, estremamente naturali, lisci come la trama, che ci portano continuamente da un sorriso ad una lacrima. Una pellicola, poi, il cui carattere vintage si staglia tra le tinte ingiallite dei flashback e una bellissima colonna sonora in cui è compresa la canzone che da il nome alla pellicola (interpretata dalla migliore Malika Ayane), oltre alla bellissima "Eternità " dei Camaleonti.
Nessun elemento in più, nessuna lacuna. Un film italiano, con le caratteristiche italiane, con il fascino italiano che ha reso il cinema nostrano famoso in tutto il mondo. Un forte schiaffo da parte di un Virzì magistrale a tutti gli americanoidi del bel paese che oltre confine cercano in tutti i modi di conquistare il polpettone americano con pellicole che non certo finiranno nelle antologie. Un capolavoro semplice che pone una seria riflessione sullo spirito che, in prospettiva futura, il cinema italiano deve recuperare per risollevarsi definitivamente.
Da non perdere

Andrea Giuliano

Ultimo aggiornamento Giovedì 25 Marzo 2010 15:08