Ancona città universitaria Stampa
Scritto da Caporedattore   
Martedì 04 Luglio 2017 06:09

Ancona città, Ancona universitaria, Ancona città universitaria; solo una delle tre affermazioni risulta non del tutto vera. Ma quale? Beh, è facile capirlo!
In molti si sono accorti che questa città, a dispetto delle grandi potenzialità, in quanto geograficamente circondata dal mare e nel centro Italia, non è affatto considerabile come una città universitaria, nonostante il suo bacino di studenti comprenda tre regioni se non di più. Accoglie circa 6000 studenti, un “paesotto” di ragazzi con età compresa tra i 19 e i 27 anni che vivono in questo capoluogo di regione; ma qual è il problema allora? Perché molti degli studenti che risiedono ad Ancona si lamentano del fatto che questa città non faccia nulla per aiutarli a vivere da tali? In effetti, non hanno tutti i torti.
Questa città, per quanto possa essere bella e ben organizzata per chi ci vive, non permette di dire lo stesso a chi ci trascorre solo qualche anno. Sappiamo tutti molto bene la qualità dell’ateneo e dei suoi dipartimenti costantemente premiati anche a livello nazionale, ma una città universitaria non può essere considerata tale avendo soltanto l’università, dovrebbe riuscire a venire incontro a tutte le necessità di cui hanno bisogno gli studenti. Da sempre la presenza di un ateneo rappresenta una vera e propria macchina economica, che mette in moto un circolo di servizi a favore di chi ne usufruisce, ma, ad Ancona, non è proprio così. Basti vedere Urbino, Perugia, Bologna o Pescara, che pur non essendo grandi metropoli riescono comunque ad essere delle città universitarie ospitali. Dov’è il segreto? Qual è il trucco del loro successo? Si devono analizzare pochi fattori ma fondamentali per capire dov’è la differenza. Possedere un’università per una città, significa accendere il motore di un’economia autoctona abbastanza ampia e piena di servizi che giovano a tutto il territorio; gli studenti, infatti, provengono da molte parti d’Italia e dovranno stabilirsi nel luogo prescelto per almeno 3 anni, nei quali, ogni studente avrà bisogno di: spostarsi comodamente da una parte all’altra della città, affittare una stanza, pagare le tasse, andare al supermercato; avrà prima o poi bisogno di un medico, andare dal tabaccaio, al bar, al cinema, in un ristorante, insomma, dovrà vivere come un qualunque cittadino. Ma la città che lo ospita fa qualcosa per incentivarlo? Del resto, più studenti ci sono e più l’economia della città gira creando di conseguenza più posti di lavoro.  Sembra scontato vero? Beh, pare che per gli anconetani non sia molto chiaro questo concetto. Infatti, l’economia della città è basata quasi totalmente sulla presenza del porto e delle industrie che hanno sempre portato benefici, come per esempio: la Fincantieri. Motivo per cui, probabilmente, Ancona non si preoccupa minimamente di rendere la vita facile agli studenti, non si impegna a facilitare gli spostamenti con un maggior numero di autobus o anche con più corse serali, garantendo corse per tutta la giornata che colleghino in maniera facile il centro con i principali poli universitari distanti da esso, che si trovano a Monte Dago e a Torrette. La scarsa presenza di autobus che uniscono le diverse parti della città infatti, dà una sostanziale “steccata” all’economia. Molti ragazzi purtroppo, rinunciano ad uscire la sera per il semplice fatto che non hanno un mezzo per tornare a casa dopo l’una di notte, può sembrare una cosa da niente, ma se proviamo ad entrare nella mente di uno studente universitario, capiamo che anche solo il bisogno di andare in un pub a bere una birra con degli amici diventa un problema se non possono tornare a casa, e, se ci pensiamo un po’ su, ci rendiamo conto che a perderci in questa semplice birra, sono:  l’autista dell’ultima corsa, a cui penso non farebbe male ricevere qualche soldo in più a fine mese, e il barista che si ritroverà il locale vuoto ancora una sera perché purtroppo gli studenti non andranno per problemi “logistici”. Scusate, ma leggendo ciò che ho appena scritto è facile capire che chi ci perde è soltanto l’anconetano, ma perché? Perché all’anconetano non interessa guadagnare di più? Perché non ha alcun tipo di interesse nell’offrire dei beni e servizi a degli ospiti che potrebbero dare una svolta all’economia della città? Perché se uno studente si sente male non può recarsi al pronto soccorso in quanto è troppo lontano dalla sua abitazione, e non può usufruire gratuitamente o comunque ad un prezzo contenuto di una prestazione medica? Perché ciò è possibile solo da qualche anno, grazie ad una costante ed estenuante lotta delle associazioni universitarie? Perché non riuscire a capire che l’economia della città si muoverebbe decisamente meglio, semplicemente se Ancona cominciasse a trattare gli studenti come fa qualsiasi altra città universitaria? Ovvero, dandogli tutto ciò di cui hanno bisogno al prezzo giusto, per chi sta cercando di sopravvivere pagando affitto, tasse e quant’altro. Gli studenti sono poveri per antonomasia direbbe qualcuno, come si può pensare che siano disposti a pagare 1,50 euro per un biglietto dell’autobus o 5 euro per una semplice birra? Perché i prezzi dei locali non sono adeguati allo stile di vita di chi dovrebbe frequentarli? Perché in città non si organizzano, ma soprattutto pubblicizzano, più mostre d’arte, spettacoli, fiere con adeguati trasporti e con dei prezzi giusti? Perché i negozi di qualsiasi tipo non fanno sostanziali sconti per invogliare gli studenti a comperare? Perché questa città non ne vuole sapere di accoglierci così come dovrebbe? Perché si ostina a comportarsi come una qualunque città e non come ciò che è, ovvero una città universitaria? Questi sono i principali quesiti che da anni gli studenti della Politecnica delle Marche si pongono, ma a cui mai nessuno ha risposto. Oltre che “denunciare” la situazione e chiedere alle associazioni universitarie di continuare a lottare per i nostri diritti non possiamo fare altro, ma il dubbio ci rimarrà per molto tempo e a rimetterci non siamo solo noi. Una situazione scomoda per tutti ma che continua a non cambiare. Strano ma vero.

Leonardo Di Virgilio

 
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